
Nel campionato successivo i giallorossi persero un po' di smalto,
penalizzati da infortuni a raffica, soprattutto quello di Ancelotti. Ma
nel 1982-83 arrivò il tanto sospirato trionfo. Con un gol di Pruzzo,
che fruttò il pareggio a Genova, la Roma era matematicamente campione
d'Italia. Il collettivo assemblato da Liedholm era una macchina
perfetta. Difesa granitica con pilastri insuperabili come Tancredi,
Vierchowod, Nela e Maldera; centrocampo formidabile dove agivano Di
Bartolomei, Falcao, Ancelotti e Prohaska; attacco esplosivo col bomber
Pruzzo e Bruno Conti ad imperversare sulla fascia. Roma era in delirio
per una straordinaria vittoria e Antonello Venditti, stimolato da
un'incredibile atmosfera, componeva una splendida canzone destinata a
diventare l'inno romanista per eccellenza.
Quella
successiva passò alla storia come la stagione delle grandi sconfitte.La
Juventus vinse il titolo con appena due punti di vantaggio sulla Roma.
Ma per il popolo giallorosso l'avvenimento più doloroso rimane la
finale di Coppa dei Campioni persa contro il Liverpool. La Roma aveva
tutto per vincere. La squadra era molto forte, ma soprattutto il caso le
offriva un'occasione irripetibile: la possibilità di disputare la
finale all'Olimpico. La vittoria della Roma sembrava scritta. Oltre
tutto, il cammino dei ragazzi di Liedholm sembrava inarrestabile.
Goteborg, CSKA Sofia, Dinamo Berlino e Dundee United furono spazzati via
senza troppi problemi. Poi, giunto il grande giorno, tutta una città
era lì a fare il tifo per la Roma. Il Liverpool, invece, si tolse il
gusto di infliggere alla marea giallorossa la più grande delle beffe.
Gli inglesi imbrigliarono i giallorossi che riuscirono a rispondere al
gol di Neil solo con la zuccata di Pruzzo.Poi ad incantare i rigoristi
della Roma ci pensò il clown Bruce Grobbelaar. Quella notte tutta Roma
si sciolse in lacrime.
La stagione si concluse con la conquista dell'ennesima Coppa Italia: un
successo che proprio nessuno aveva voglia di festeggiare.
La sconfitta dell'Olimpico in Coppa dei Campioni segnò il lento
declino dell'era Viola. Si ebbe un sussulto nel 1985-86 con Sven Goran
Eriksson in panchina. Il Lecce, però, si rese protagonista dell'altra
storica sconfitta della Roma: quella che interruppe una rimonta che
sembrava inarrestabile e che avrebbe schiantato la resistenza della
solita Juventus. Ancora
una volta, la conquista della sesta Coppa Italia fu consolazione troppo
magra.
Gli anni che seguirono segnarono altri vani tentativi di tornare agli
antichi splendori. Viola richiamò ancora Liedholm ma stavolta
l'incantesimo sembrava finito. A farne le spese, oltre ai tifosi, uno
dei migliori talenti espressi dal vivaio giallorosso: Giuseppe Giannini.
Cresciuto all'ombra degli eroi di Liedholm, raggiunse la maturità in un
periodo poco felice per la Roma e anche in Nazionale fu costretto a
patire la clamorosa delusione di Italia '90.
Nell'anno della scomparsa di Viola, il '91, la squadra sembrò avere
un sussulto. Raggiunse la finale di Coppa UEFA assieme all'Inter ma,
sotto la guida di Ottavio Bianchi, collezionò l'ennesima delusione:
sconfitta a Milano per 0-2, rispose all'Olimpico solo con una rete di
Rizzitelli. Anche in Supercoppa di Lega non andò meglio: altra
sconfitta contro la Sampdoria (0-1). Unico successo, manco a dirlo, la
Coppa Italia.
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